24 Dicembre, 2024 - Nessun Commento

Ex Carcere di Santo Stefano/Ventotene: firmato l’accordo quadro con la DG Musei

Dopo aver raggiunto l’obiettivo dello stanziamento aggiuntivo di 10 milioni di euro a favore del Progetto di recupero e valorizzazione dell’ex carcere borbonico di Santo Stefano/Ventotene, deliberato nell’ultimo CIPESS di fine novembre, il Commissario Giovanni Maria Macioce  prosegue a passo spedito verso l’apertura parziale del Museo di Santo Stefano/Ventotene, prevista per fine 2025, grazie alla piena sintonia progettuale con Massimo Osanna, Direttore della DG Musei del MIC, suggellata nell’accordo quadro tra il Commissario e la DG Musei appena sottoscritto.

Nel ricordare che l’obiettivo del Progetto governativo è la trasformazione dell’ex carcere borbonico in un polo culturale multifunzionale, Museo e Scuola di alta formazione e che tale obiettivo potrà essere raggiunto solo risolvendo in primo luogo il problema legato all’accessibilità, dopo le pesanti prescrizioni della Commissione VIA del 2021 che ancora oggi impediscono la realizzazione di un approdo che possa consentire lo sbarco in sicurezza, il Commissario Macioce ha così affermato:  “Sono al lavoro con la Struttura Commissariale e Invitalia, soggetto attuatore dell’intervento, alla ricerca di soluzioni che permettano a tutti lo sbarco in sicurezza e non mi fermerò fino a che non avrò effettivamente trovato una soluzione per l’accessibilità, vero fattore critico del Progetto che non è stato fin qui concretamente affrontato da tutti coloro che dal 2016 a oggi si sono occupati del recupero di questo straordinario Bene – e ha poi concluso affermando che – “l’accessibilità sarà uno dei temi all’ordine del giorno del prossimo Tavolo Istituzionale Permanente in programma il prossimo 21 gennaio a Roma, a cui parteciperanno tutte le otto amministrazioni statali
coinvolte nel Progetto.”

 

16 Dicembre, 2024 - Nessun Commento

UNA CITTA’ SOTT’ACQUA

Nei giorni scorsi  ho voluto fare una passeggiata sotto la pioggia. E mi è venuta in mente quella vecchia canzone dei miei anni verdi,  Singing in the rain. Ho fatto una ventina di minuti di passeggiata sotto la pioggia (era una passeggiata motivata da impegni), tra centro e Circonvallazione. Ho capito di aver fatto uno sbaglio. Non si può passeggiare (diciamo anche, non si può camminare) nel centro di una Città che non ha ancora compiuto il secolo di vita ed è già vecchia come una città medievale. Con l’aggravante di non avere la ricchezza
architettonica e ambientale di una città medievale. Sicché Singing in the rain è diventata Blaming in the rain. Il compianto Paolo Portoghesi definì una volta Latina come “città delle acque”. E voleva dire che era una città fortunata, nata dal palude ma diventata una città moderna. A me, oggi, giorno di pioggia, è sembrato tornare indietro di almeno novant’anni, al tempo della pre-bonifica. Latina, anzi all’epoca Littoria, era la città dell’acquitrino, del padule, di Piscinara, di alcune migliaia di ettari di acqua stagnante, putrida. Ma meno romantica di oggi. Oggi c’e anche il delicato tocco dell’autunno-inverno, con il marrone-giallo delle foglie di platano, che le donano un tocco di selvatico, ma non piacevole. Ve ne sono troppe, decine di tonnellate, per essere romantiche. Sono, semplicemente, sintomo dello “sciatto e sporco” che una città che è stata premiata da una legge per spegnere le cento candeline tra otto anni, non meritava. Quei 10 milioni di euro (un milione l’anno) che ci daranno quando scoccherà l’anno di grazia 2032, serviranno solo per tappare i buchi aperti da una gestione del tutto inesistente della città di oggi.  Camminare su un marciapiede sommerso da un materasso di foglie bagnate equivale a fare un corso di laurea in equilibrio. Ed è il modo con cui gettare nella mondezza un paio di scarpe. Camminare su un marciapiedi in un giorno come oggi, di pioggia, significa sfidare la legge del galleggiamento, perché quando sei costretto a lasciare il marciapiede per attraversare la strada o per cambiare itinerario, ti guardi attorno smarrito: sei circondato da un mare di acqua fetida, imputridita dalle foglie marce, dalla polvere della strada, da tutte le schifezze che neppure una pioggia insistente riuscirebbe a depurare. Laghetti, fosse, fanghiglia, fango, melma, palta, putredine ti confinano sul marciapiedi divenuto un’isola preziosa, dalla quale non puoi fuggire perché non hai le gambe lunghe tre metri per scavalcare le pozze d’acqua che impaludano la strada dove le foglie hanno intasato tutte le caditoie. E sei già fortunato se non passa – a velocità sostenuta, come accade su tutte le strade urbane di Latina – un autoveicolo che attraversa la fossa, il pantano e ti irrora con un’ondata di fanghiglia.

Latina, tempo di Natale. Vorrei tanto offrire un piccolo omaggio a quel consigliere di maggioranza, assessore, e anche alla Sindaca, se compissero – come è capitato a me – un tentativo di passeggiare per Latina sotto la pioggia. Perché i casi sono due: o consiglieri e membri della giunta non vedono attorno a sé come stanno gestendo la nostra Città; oppure non camminano mai a piedi e, quindi, non conoscono la loro Città. E quindi non sanno amministrare. Per amministrare bisogna conoscere. C’è ancora tempo per imparare.

10 Ottobre, 2024 - Nessun Commento

ANCORA E SEMPRE EROSIONE
MA CI SPENDIAMO MILIONI PUBBLICI

(la prima foto è riferita alla spiaggia di Sabaudia dopo la mareggiata, la seconda a quella di Latina, a ridosso dei pennelli)

Ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere l’ingegnere Giorgio Berriolo che, con il suo socio di studio, Giorgio Sirito, aveva dato vita ad uno studio per la difesa delle spiagge italiane (si chiamava “Studio Volta”, con sede in Savona). Lo conobbi soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Aveva ricevuto tempo prima, dalla Regione Lazio, l’incarico di studiare il problema dell’erosione costiera. Per la verità a farlo venire quaggiù da noi era stato l’allora ex sindaco di Terracina, Renato Maragoni. Lo aveva chiamato avendo avuto tra le mani il libro che Berriolo aveva scritto: “Spiagge e porti turistici”, del 1972. Era il periodo nel quale Terracina stava subendo la pressione di un fenomeno che nessuno aveva ancora conosciuto qui nel Lazio. Per essere più precisi, lo aveva conosciuto la riviera orientale della città di Formia negli anni precedenti la seconda guerra mondiale e l’aveva fronteggiato con delle scogliere parallele al mare (sono tuttora visibili) che ottennero il solo risultato di cambiare l’aspetto del paesaggio e lasciare a terra una lingua di spiaggia pressoché inutilizzabile e presto divenuta una poltiglia di erbe marine che infradiciavano, ma non avevano salvato la spiaggia di cui Formia era avaramente dotata.

Da noi in Provincia, il fenomeno erosivo esplose, di colpo, il 4 novembre 1966, la notte dell’alluvione di Firenze, sommersa dalle acque dell’Arno e scossa dall’uragano marino che aveva colpito le sue coste. Altre coste erano state severamente colpite, come quelle della Liguria. Da noi in una sola notte l’erosione si presentò coi suoi effetti devastanti in quelle stesse ore: in una sola notte sparirono la spiaggia a oriente del Circeo e la strada Lungomare che portava a Torre Olévola. E a Terracina scomparirono spiaggia e stabilimenti balneari, annientati.  In una provincia marittima, di oltre cento chilometri di costa non era mai cresciuta una sensibilità e neppure una professionalità  “marina” e nessuno – politico, ingegnere, uomo di mare – sapeva dove mettere le mani, se non nei capelli.

Giorgio Berriolo venne in provincia, guardò Terracina, studiò la situazione locale e dopo pochi mesi presentò i suoi rimedi. Il Comune li adottò , sacrificò un vecchio stabilimento, ma salvò tutto il resto, malgrado un nuovo assalto erosivo in una notte delle feste natalizie successive. Giorgio Berriolo e lo Studio Volta furono chiamati a Roma dalla Regione Lazio, che decise di affrontare il problema che ormai interessava tutta la costa laziale. Berriolo presentò dopo alcuni sopralluoghi, rilievi,  sondaggi marini, l’ esame delle correnti,  lo studio dei fiumi (sono loro che portavano carichi di salutari detriti a mare) lasciò le sue considerazioni e si apprestò a presentare anche i suoi progetti. Alla Regione c’era uno dei pochi politici che hanno lasciato una traccia vera in Provincia, Gabriele Panizzi.

Il lavoro di Berriolo si chiama “Studio generale sul regime delle spiagge laziali e delle Isole Pontine”. La Regione lo adottò e incaricò Berriolo di proporre progetti di difesa delle coste a Formia,
Sabaudia, Minturno. I progetti furono finanziati  e in quei paesi di spiaggia ve ne è ancora dopo oltre trent’anni.  La Regione aveva fatto il suo dovere di “Regione” e aveva messo a disposizione dei “decisori” locali gli argomenti per una discussione informata del problema. Poi Berriolo mi confidò (lo racconto perché non faccio del male a nessuno)
che intendeva lasciare l’incarico presso la Regione Lazio, perché non trovava più interlocutori disposti a studiare prima e decidere poi.

MI scrisse anche qualche lettera da Savona, che non so dove sia finita, e mi raccontava perché non era più possibile per lui lavorare. Invocava la mia discrezione e io fui più che discreto. In particolare egli studiò la protezione di Foceverde e, senza mettere in mare neppure una sola pietra, fece “crescere” la spiaggia (davanti al ristorante Giovannino) di una quindicina di metri di profondità. Ma disse subito dopo: Abbiamo ottenuto una situazione soddisfacente, ma ora è necessario provvedere a consolidarla, perché duri negli anni. Ma mancano i soldi e pare che non interessi nessuno. Durerà, così restando le cose, forse tre o quattro anni.

Nessuno lo ascoltò, pur davanti all’evidenza, ed ebbe torto, perché la spiaggia rimase integra non 3 o 4 ,ma per non meno di sette anni. Poi, improvvisamente, in una notte di mareggiata, l’equilibrio si ruppe. Il mare divorò quello che Berriolo aveva creato e il ristorante si trovò esposto al rischio di essere demolito dalle ondate.

Allora tutti si preoccuparono. Ci furono riunioni e si decise di intervenire nel modo più grezzo: furono rovesciati enormi macigni di pietra, che salvarono l’esercizio commerciale, ma dopo pochi mesi invernali cominciarono a “mangiare” spiaggia verso est. Esattamente quello che mi aveva raccontato Berriolo che, nel frattempo era tornato deluso nella sua Savona, dove sarebbe scomparso pochi anni dopo. La Regione aveva rinunciato al suo dovere di coordinare le scelte per contenere un fenomeno che non si risolve guardando solo a qualche migliaio di metri di spiaggia locale, ma esige uno sguardo forzosamente unitario a tutti i 350 km di costa laziale (e poi con le Regioni contermini). Lo Stato non se ne è quasi mai occupato, neppure
per uno studio-quadro.

Allora qualcuno che non era ingegnere e neppure ingegnere marino, ma era consigliere regionale, chiese alla “sua” Regione i soldi necessari per “costruire” delle barriere a mare. Li chiamammo tutti “pennelli” e ne furono iniziati un paio,  normali alla spiaggia.  Le teorie scientifiche di Berriolo, basate sullo studio delle correnti, sulle caratteristiche dei detriti dei fiumi, sui moti d’acqua invernali, ecc. ecc. furono ignorati.  E il consigliere bussò a denari ancora una volta dalla Regione, che finanziò altri due “pennelli”. Perché? Cosa era accaduto?

Berriolo mi diceva: Il mare mangia la spiaggia ogni giorno perché fa il suo mestiere; ma i fiumi non apportano i detriti che compensano le erosioni giornaliere e danno equilibrio al lido. Se manca l’apporto detritico bisogna agire in altro modo. Come? Studiando la spiaggia interessata, metro per metro. Berriolo lo ha fatto, e sta scritto nel suo studio. A Latina non si è fatto. Come al Lido di Fondi, dove, davanti a un importante campeggio, furono buttati a mare alla rinfusa molti scogli. In un anno sono stati coperti da sabbia, ma nel frattempo avevano portato una “loro” erosione verso est. Perché, diceva Berriolo, il mare davanti a una scogliera trasversale , deposita a ovest (frenando le sabbie che scorrono), ma erode a est. Basta guardare una foto dall’alto.

Così è successo a Larina e i giornali scrissero che era stato introdotto al Lido un meccanismo per cui ogni anno avrebbero dovuto essere spesi milioni in roccia per creare una fila ininterrotta di
“pennelli”. Quelli esistenti, intanto, hanno mangiato progressivamente fino ad esporre gli alberghi di Capo Portiere al pericolo imminente di doversi difendere dal mare.  Anzi, alcuni anni dopo la posa dei “pennelli”, il mare salì fino alla lungomare, all’altezza della “lottizzazione Cucchiarelli”.

Ora è nata una confusa discussione tra gente che non ha mai letto lo studio dell’ingegnere marino Giorgio Berriolo, ma è in condizioni di bruciare milioni pubblici per scogli che non serviranno che a produrre altri danni. Si farnetica di mettere fino a Rio Martino una serie di barriere rigide, e si porta a conforto di questa spesa da 28 milioni la testimonianza di un signore che è molto bravo a fare il sindacalista, ma che di lotta all’erosione non ha molta conoscenza. Intanto Sabaudia ha già visto qualche anno fa i suoi stabilimenti di Caterattino diventare terra desolata e la Lungomare crollare in questi anni e quasi crollare in questi giorni.  Che altro dire? Forse come i Veneti: Se no’ xe mati no ‘li volemo.

 

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