
2/LATINA E L’AGRO PONTINO DALLA GUERRA AL DOPOGUERRA
LA GUERRA IN CASA
di Pier Giacomo Sottoriva
La città di Littoria aveva vissuto direttamente la guerra a partire dal 1943 con i primi bombardamenti che avevano distrutto l’aeroporto militare costruito da meno di cinque anni, e sicuramente vecchio dal punto di vista militare. Era accaduto nell’estate di quello stesso anno. Dalla notte del 22 gennaio 1944, dopo lo sbarco alleato ad Anzio e Nettuno, Littoria divenne, invece, zona di prima linea. Il 24 gennaio, alle porte del capoluogo avvenne una strage di civili a Prato Cesarino (Cisterna), quando un carro armato alleato aveva aperto il fuoco contro il Podere dei Salaro e aveva ucciso tredici persone e provocato molti feriti (lo ricorda Mauro Nasi in un suo saggio).
Il 25 gennaio Littoria aveva contato i primi morti causati dall’artiglieria navale alleata. Una testimonianza diretta, anche se parziale, di quei mesi è rappresentata dal Diario di guerra dei Salesiani, rimasto a lungo testimone muto, poi citato anche dal sottoscritto, e infine analiticamente presentato e pubblicato dallo studioso Clemente Ciammaruconi. Dopo lo sfondamento del fronte, alle ore 14.30 del 25 maggio 1944 erano entrati a Littoria prima pattuglie di Americani con qualche carro armato, poi gli Inglesi. Il 30 maggio i Tedeschi lasciavano la provincia di Littoria, dopo una violenta resistenza combattuta a Cisterna in una battaglia durata tre giorni.
La guerra lasciava strascichi penosi nella Provincia “cara al duce” circa 7 mila morti, oltre 10.000 feriti; otto comuni distrutti per più dell’80 per cento delle costruzioni, altri 8 severamente danneggiati, 60 mila vani civili distrutti o inabitabili in questi 16 Comuni; 23 mila delle 43 mila abitazioni annientate o danneggiate, infrastrutture civili e reti di comunicazione interamente da ricostruire (Relazione Ballerini, Camera di Commercio). La morte, poi, da bellica divenne post-bellica, grazie a tutto quello che la guerra abbandonò: ordigni di ogni genere ancora mortalmente efficienti, soprattutto le mine, a terra e in mare (la bonifica delle mine rimase operativa fino ai primi anni Sessanta del Novecento, ma la scoperta di ordigni ancora micidiali è cosa anche degli anni Duemila).
Era riapparsa la malaria dall’agosto 1942, ed aveva colpito quasi tutta la provincia marittima, incluse Formia, Gaeta, Minturno. Secondo una relazione del 1950, la malaria aveva colpito il 95 per cento della popolazione. Il Consorzio antimalarico riaprì 38 ambulatori, poi il 7 marzo 1946 si cominciò a trattare i focolai malarici con un nuovo e potente mezzo, il Ddt (Dicloro Difenil Tricloroetano) che si sarebbe dimostrato efficace contro la zanzara Anopheles. La prima sperimentazione massiccia venne effettuata con piccoli aerei sulla Piana di Fondi (F. Snowden, La conquista della malaria). I danni della recrudescenza malarica nel triennio 1944-46, furono calcolati in 3.164,3 milioni di lire a valori d’epoca, qualcosa come 83 milioni di euro a valori odierni, per mancate giornate lavorative, ridotta efficienza e spese varie (dai pipistrelli al DDT). Una carta dell’Opera Nazionale Combattenti riferita alla sola area di bonifica, parla di 5966 ettari minati, di 299 poderi distrutti, di 507 fortemente danneggiati e di 954 “solo” danneggiati.
Altri consuntivi raccontano di 10.468 ettari di superficie allagata per due anni (1944-45), 12.259 ettari di territorio provinciale minati e improduttivi per tre anni, 4.205 vani rurali distrutti e più di 8.000 danneggiati; 71 mila metri cubi di stalle e magazzini distrutti e circa 100 mila danneggiati; il 50 per cento dei macchinari agricoli o dei mezzi di trazione distrutti. Oltre 6.500 ettari di superficie boschiva furono distrutti o danneggiati, e l’agricoltura accusò anche la perdita totale di 8,5 milioni di viti, e parziale di altri 4 milioni; 220 mila olivi perduti e 150 mila danneggiati, 600 mila alberature diverse distrutte o danneggiate. E ancora, con riferimento alle scorte vive perdute: 47.491 bovini, l’83,4% del patrimonio anteguerra; 6495 equini, 59.303 ovini, 11.000 suini. Queste cifre furono esposte dall’ing Ballerini, presidente della Camera di Commercio del dopoguerra; mentre in una relazione dattiloscritta del Consorzio di Bonifica di Latina (prima che prendesse il nome di Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino, oggi Consorzio di Bonifica Lazio sud ovest) si annotano i seguenti danni alle opere di bonifica: messo fuori uso il 50 per cento degli impianti idrovori distrutti o gravemente danneggiati; 30 ponti in cemento armato dovettero essere rimessi a nuovo o ricostruiti. Nel conto dei danni entra anche la perdita di diserbatrici dei canali, la rottura di foci, la distruzione di argini di fiumi, il sabotaggio di paratie e di macchine idrovore (dalla grande idrovora di Mazzocchio (i nuovissimi motori della più grande delle Idrovore, Mazzocchio, erano stati smontati e stavano viaggiando verso la Germania, quando il merci che li trasferiva venne bloccato alla frontiera, dove rimase fino a fine guerra: e le macchine furono recuperate) i Tedeschi asportarono i potenti motori che, fortunatamente, furono ritrovati su un treno merci bloccato prima del confine). Potremmo, insomma, chiamare questi dati l’altra faccia, la faccia “bellica” della bonifica fascista.(2/continua)