23 Ottobre, 2018 -
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EMANUELA, LA SIGNORA DI FOSSANOVA

da un cielo ancor più grigio accentuava la tristezza. Ma non c’era la disperazione. Sembrava, invece, che
aleggiasse il sorriso, un po’ ironico, un po’ sornione e molto solare che Emanuela riservava alle sue amicizie,
tutta gente semplice, affettuosa, amata. Affollava silenziosa e ordinata, rispettosa e addolorata le due file
dei banchi dell’Abbazia di Fossanova, dove gli amici hanno salutato per l’ultima volta Emanuela Di Stefano
Verga. Era la Signora di Fossanova.
Se ne è andata all’improvviso, senza dare troppo fastidio, leggera e delicata, pur sotto quella sua apparente scorza di modi bruschi e mai perentori. Emanuela amava l’Abbazia, per la quale si era battuta quando era in decadenza e che difendeva contro il cattivo gusto e l’invadenza disordinata. Lei stessa mostrava anche fisicamente il rispetto per questa splendida chiesa che costituisce il cuore di Fossanova. E qui si è svolto il rito funebre. Emanuela usava entrare nella chiesa di Innocenzo III dalle porticine laterali, mai o quasi mai dalla severa ed elegante porta principale, sovrastata da uno dei più bei rosoni che l’arte religiosa cistercense abbia mai concepito.
Tutto è stato semplice, rapido e preciso, esattamente come l’avrebbe voluto Emanuela. Si dice che parlare bene di chi ci ha preceduto sia d’obbligo, al punto da diventare banale e insincero. Per Emanuela nulla è stato banale, né ieri e neppure nella sua ancor giovane vita di bella donna di soli 77 anni. C’erano i fedeli collaboratori che lei amava e curava e che la ricambiavano con la ruvida e amabile affettuosità che lei riservava loro. C’erano le Autorità, ma da un lato. C’erano i Figli e i Nipoti che ne hanno tracciato un ritratto vivo, vero e affettuoso. C’era il dolce e semplice canto delle donne del borgo. E c’era don Pedro, l’abate,
argentino come Papa Francesco, che parla un bell’italiano anche esso semplice e facilmente comprensibile. E breve. Ed efficace. E’ stata una riunione di amici per salutare un’Amica, proprio quello che Lei avrebbe desiderato. Donna energica, vedova prematuramente con bellissimi figli da allevare e far diventare grandi alla svelta e con una proprietà importante e storica da conservare e da amare. La curava Lei stessa, dominandola dal grande palazzo rosso-pompeiano che domina l’elegante Borgo, salendo sul trattore che guidava direttamente, accarezzando i campi con lo sguardo, accudendo le bufale che danno il buon latte pontino in una terra benedetta da San Tommaso, dal buon terreno e dalla buona acqua. Amava l’amore per
tutti, ma quasi se ne vergognava, e lo nascondeva dietro un volto a tratti aggrondato che stonava coi suoi biondissimi capelli disordinati che ne incorniciavano il viso aperto. Era gentile. Quando mia figlia sposò a Fossanova, volle donarle un gigantesco fascio di ginestre odorose e di sparto che lei stessa aveva tagliato con un coltello affilato. E che lei stessa aveva sistemato in una botte usata come recipiente. Ed era più bella di un vaso Ming. Grazie Emanuela. Ti ricordiamo e Ti vogliamo bene.