
LA CUCINA AL TEMPO DEI BORBONI UN LIBRO DI BUON GUSTO E DI BUON VIVERE
A distanza di pochi mesi dal suo primo libro dedicato alle ricette del Golfo di Gaeta, Bruno Di Ciaccio pubblica per l’Editore Cuzzolin una piccola nuova perla della cucina parlata: “La cucina ai tempi dei Borboni”. E’ sicuramente un libro di gastronomia popolare che il più delle volte diventa momento di eccellenza in alcuni piatti; ma è anche un libro di cultura del buon mangiare. Bruno Di Ciaccio, difatti, non si limita a riproporre – dopo una accorta ricerca dei piatti antichi di quelli che sono ancora sulle nostre tavole con la forza del loro buon gusto – ricette e intingoli, ma esplora il mondo stesso nel quale quei piatti nacquero e si affermarono. Esplora, cioè, la società nei suo manifestarsi, dalle radici popolari e popolane, che dal pescato
meno nobile ma più economico, sapeva giungere alla gloria del gusto attraverso la fantasia e la fusione tra il mare e la terra; alla cucina della nobiltà napoletana ai tempi dei Borboni. Lo fa con una ampia prefazione nella quale si diffonde a percorrere nello scritto le strade esplorate attraverso odori e sapori; e lo fa accompagnando alla prefazione una lista di pietanze gustose ancora oggi, perché i componenti sono sempre gli stessi: il totano, la seccetella, lo scorfano con la tracina, il maccherone appena asciugato sugli spanditoi degli antichi pastai, le minestre allestite in quattro e
quattr’otto ma esalanti vapori di bontà. Ma lo fa anche con alcune curiosità e spunti di colore che tratteggiano una gouache di quel mondo che oggi chiamiamo, forse con troppa sintesi, “borbonico”, ma che è modo di vivere e sopravvivere, gustare e intrattenersi: ed ecco le piccole cronache dei giornali d’epoca che si occupano di cucina come si occupavano di politica (non come l’ossessiva ricerca di novità gastronomiche che ormai caratterizza ogni pezzo di odierna carta stampata); la piccola pubblicità delle trattorie, delle osterie dei fondaci e dei locali “bene” di Toledo e della Riviera o di Santa Lucia a Napoli; le immagini del tavernaio, del mangiatore di maccheroni sempre rigorosamente mangiati come fa Totò in “Miseria e Nobiltà”, ossia con le mani che sollevano i lunghi spaghetti), fino al sorbettaro ambulante, quell’uomo che portava alla gente i gelati che avrebbe conservato nelle “fosse di neve”, gli antichi frigoriferi scavati nella roccia o nella terra per mantenere il fresco.
In breve, Bruno Di Ciaccio regala un altro saggio del suo gusto di assaggiatore e del suo buon gusto di uomo di penna e di storia d’ambiente. E’ un libro che vale davvero la pena di tenere in casa.