4 Luglio, 2019 - Nessun Commento

LATINA, LA CITTA’ DOVE SI VIOLA IL CODICE DELLA STRADA

sosta selvaggiaNel libro “La Napoli di Bellavista”, uno dei primi deliziosi libri di De Crescenzo, c’è un capitolo ancor più delizioso dedicato alla descrizione del modo di guidare a Napoli. Ad esso ho ripensato tante volte osservando da automobilista e da pedone il caotico traffico di Latina. Esso non è tutto di produzione propria, fatto in casa. Al contrario, nasce dal generoso contributo dei modi di guidare dei cittadini autoctoni e di quelli alloctoni che da tutti i paesi della provincia convergono su Latina per occupare incarichi di lavoro presso i vari enti pubblici o per servirsi di quegli uffici pubblici come utenti. Ce n’è anche una porzione non secondaria che viene qui per affari, e c’è anche qualcuno che approfitta del viaggio per scaricare nei già occupati cassonetti dei nostri rifiuti anche rifiuti “impropri” che si porta appresso perché nel paese d’origine lo riconoscerebbero subito. Qui ogni tanto prendono qualche multa, anche salata, ma soprattutto esibiscono il loro disprezzo per la città capoluogo fornendo il loro bravo contributo alla maleducazione stradale, merce già ben prodotta in città.

Latina è ormai divenuta un borgo di frontiera. Chi vi abita e chi viene da fuori sa, innanzitutto, che può praticare ogni tipo di guida, tanto non vi sarà nessun Vigile Urbano (ma neppure altra gente in divisa) che contesterà loro un cattivo modo di stare alla guida. Proviamo a elencare i “numeri” che più di frequente vengono eseguiti dagli automobilisti a Latina:

a) Non rispettare i limiti di velocità. Si preferiscono, di solito, i luoghi più affollati, per stimolare la produzione di adrenalina. Particolarmente temuti sono i piloti che al semaforo verde partono sparati e non si fermano davanti a nulla. I più temuti di tutti sono i motociclisti e gli scooteristi che scendono dalla collina a bordo delle loro moto rombanti, che “stirano” soprattutto di notte quando ritornano nei rispettivi paesi di provenienza, lasciando dietro di sé il rumore delle loro urlanti marmitte

b) Occupare le strisce pedonali come parcheggio preferito. C’è una zona della città (viale dello Statuto) dove questo sport è praticato con singolare insistenza. Se il Comune vi distaccasse un vigile urbano al giorno ricoprirebbe tutti i buchi del bilancio a forza di multe

c) Prendere di mira i pedoni che osano attraversare sulle strisce pedonali. Sono vittime predestinate anche perché trovano solitamente i due lati estremi della strada occupati dalle auto in sosta vietata sulle stesse strisce. Fortunatamente i pedoni di Latina hanno sviluppato doti sportive e di scatto che solitamente li salvano

d) Parcheggiare il più possibile in prossimità di un incrocio (anche sui marciapiedi), di una curva, di un ostacolo. In questo sono fortemente aiutati dal Comune che ha fatto disegnare strisce blu di parcheggio che gridano vendetta davanti al Codice della Strada

e) Parcheggiare non parallelamente al marciapiede ma trasversalmente ad esso. E’ più facile ed evita qualche manovra di troppo

f) Scendere e salire dalla macchina in sosta spalancando gli sportelli e lasciandoli aperti, in modo che chi sopraggiunge possa andare a sbatterci contro. E magari approfittando per svuotare a terra il portacicche dell’auto.

g) Evitare accuratamente di segnalare il cambio di direzione. Le cosidette “frecce direzionali” sono l’attrezzo più integro di una macchina pontina. Non viene usato mai. C’è qualcuno che vuole risparmiare elettricità pensando che l’Enel fatturi anche quella che proviene dalle batterie

h) Impegnarsi in audaci e spericolate conversioni a U al centro di strade e incroci, mettendo alla prova l’intuito degli automobilisti che sopraggiungono e i loro tempi di reazione alla frenata

i) Parcheggiare in doppia o tripla fila specialmente sulla circonvallazione. Questa operazione è particolarmente gradita ai furgoni che scaricano merce ai negozi, ai postini che debbono consegnare pacchi di posta ai condomini, ai vettori di pacchi e pacchetti che debbono fare la consegna a domicilio

j) Usare il contrassegno di invalidità per occupare i pochi “stalli” disponibili. Questa pratica si intensifica specialmente il martedì e il venerdì che sono giorni di udienza al Tribunale di Latina e così clienti e professionisti possono non fare a piedi più di cinquanta passi per raggiungere il loro posto di lavoro. Non importa se chi abita da quelle parti di passi deve farne qualche centinaio per raggiungere la propria abitazione.

Potrebbe continuarsi all’infinito elencando tutte le violazioni del Codice della Strada, tanto mai nessuno interverrà a regolamentare il traffico. Il Corpo dei Vigili Urbani, con l’eccezione di poche unità, è fatto di persone che soffrono a stare in piedi e a camminare su e giù per i marciapiedi e a litigare con gli automobilisti scorretti. Hanno fatto un concorso specifico per fare proprio quelle cose, ma poi si ammalano. E i medici certificano la loro malattia, per cui nessuno potrà mai dire che “ci marciano”. Non marciano affatto, Stanno seduti dietro le scrivanie a fare lavori per i quali non hanno fatto alcun concorso.

 

30 Giugno, 2019 - Nessun Commento

MALINCONIE

Qualche sera fa ho acceso la Tv per seguire due programmi dedicati
entrambi al problema di come il nostro Paese – cioè noi, cittadini
italiani –  ci comportiamo nei confronti dei cittadini stranieri –
africani, ma anche sudamericani – che hanno scelto di venire in Europa
per migliorare le loro condizioni di vita e quelle dei loro figli.
Non è stata una buona idea, perché la mia serata si è conclusa con un
senso di smarrimento, di dolore, di meraviglia, di sconforto nel
sentire di cosa siamo capaci nei confronti dei poveri, degli indifesi.

Le trasmissioni che mi hanno angosciato erano  Piazza Pulita, di
Corrado Formigli, su La 7; l’altra era Diritto e rovescio, su Italia
4. Due tagli diversi, ma  un medesimo, angoscioso e irreparabile
disagio. Vi si parlava, anzi vi si testimoniava che genere di popolo
siamo diventati: discriminatori, violenti, odianti, insofferenti,
aggressivi, refrattari ad ogni pietà o solidarietà. Siamo un popolo di
zombie che vogliono annientare altri zombie in nome della superiorità
di razza e di soldi.

Nel comune di Lodi si sono inventati un regolamento di accesso alle
mense delle elementari che attua la “discriminazione del panino!. I
bambini stranieri (anche se figli di italiani di origine sposati a
stranieri, o divenuti cittadini italiani per legge di lunga residenza)
se non hanno come pagare la mensa debbono portarsi il panino da casa
ed essere confinati in una sala diversa da quella dei bambini che
pagano. Eppure quei bambini, intervistati in tv, mostrano una
educazione e una gentilezza che a volte non si riconosce nei nostri
bambini; e parlano in perfetto italiano e con una proprietà di
linguaggio e una scelta di parole che fa meraviglia in piccoli che
hanno dovuto imparare una lingua diversa da quella che si parla in
casa. Essi hanno spietatamente spiegato perché si sentono a disagio
per quel trattamenti discriminatorio, e non lo capiscono perché non
conoscono ancora i meccanismi della cattiva economia e della cattiva
gestione amministrativa. Né quelli della cattiva coscienza.

Ma la cosa più angosciante à stato vedere cittadini italiani anziani
e giovani, maschi e femmine, settentrionali o provenienti dal sud
Italia, che parlavano una stessa lingua: razziale, discriminatrice,
repulsiva e repellente. Solo pochi hanno mostrato avversione per quel
regolamento razzista. Ho immaginato quelle persone la domenica in
chiesa a battersi il petto. A sentire le omelie. A professarsi
cristiani, cioè buoni, comprensivi, generosi, elemosinanti, sofferenti
con il Cristo appeso alla Croce. Mi è venuto orrore. Gente che si
lamenta della nostra burocrazia perché gli chiedono un certificato di
nascita, ma che pretende che gli stranieri dimostrino la loro povertà
esibendo fino a un centinaio (non esagero!) certificati rilasciati dal
loro Paese di provenienza. Ma nei loro Paesi non esiste un servizio
catastale centralizzato che annoti le proprietà immobiliari e allora
occorre un certificato sostitutivo. Ma non può essere un certificato
unico perché nel loro Paese non  c’è un servizio nazionale. “Noi non
possiamo farci nulla”, è l’inesorabile risposta degli inesorabili
gestori della cosa pubblica e dei concittadini di lingua italiana: il
richiedente deve, perciò, fare il giro di tuti leprovince e i
distretti in cui il suo Paese d’origine è diviso e chiedere
altrettanti certificati. Qualcuno ci ha provato, per essere ammesso a
una graduatoria di case popolari, o per essere esentato dal pagamento
di un asilo. E ha fatto il conto di dover pagare oltre duemila euro
tra spese di viaggio, di spostamenti, di soggiorno nel  suo ex Paese,
di bolli e tasse locali per munirsi di certificati che poi in Italia
sono giudcati a volte insufficienti o inadatti, insomma inutili. E i
bambini restano a casa o si portano appresso da casa il panino e non
sanno perché all’ora della refezione vengano divisi dai loro compagni
di banco, di studio, di giochi, e vengano puniti mangiando da soli il
loro panino.

E la gente di strada interpellata dal cronista, a Lodi, a Monfalcone,
a Luino, o in altri paesi del  civilissimo Piemonte che paga 30
milioni di ingaggio all’anno a un bravo calciatore, rifiutano la
pietà, la comprensione a quelli che dovrebbero essere fratelli. E non
sanno che alcune migliaia di anni fa dall’Africa sono arrivate altre
colonne di persone a cercare climi migliori e condizioni di vita
migliori bell’Europa preistorica. Non sanno che Lucy (l’ominide
trovato negli anni Settanta e vecchio di qualche milione di anni) è
anche una loro proto-antenata, anche se essi hanno perduto la melanina
che li faceva neri come i neri; e modificato il Dna dal quale anche
essi derivano.

E mi è venuta una malinconia struggente. Ma non solo verso gli
esclusi, i derelitti. Mi è venuta verso i miei connazionali, nei quali
non mi riconosco. Gente che in chiesa versa il suo obolo per sovvenire
alle necessità dei poveri (i poveri non hanno colori diversi, hanno
tutti fame) e fuori della chiesa scacciano i loro fratelli e negano
loro l’elemosina. E non sanno neppure cosa potrebbe accadere,
alimentando l’apartheid, l’isolamento, suscitando reazioni con il loro
odio di persona che può permettersi ciò che “quelli” non possono.
Hanno dimenticato che anche loro o i loro avi sono stati migranti;
hanno dimenticato che nel secolo scorso noi siamo andati in Africa con
la armi in opugno, a sottometterli, a rubargli il campicello di mais
per “costruire il nostro Impero”. Hanno dimenticato che noi abbiamo
ricevuto accoglienza e ci siamo integrati con gli altri popoli, e oggi
siamo rispettati.  Siamo ancora figli del nostro essere stati
colonialisti, Noi Europei abbiamo depredato le loro terre, li abbiamo
lasciati insegnando loro a farsi corrompere agli alti livelli, in modo
da continuare a dominarli a distanza, dismettendo le armi che sparano
o che uccidono col gas, e dominandoli passando loro sottobanco
mazzette di grande spessore.

E nel nostro Paese non si fanno più figli, e i figli di domani,
quindi, sono quelli che oggi discriminiamo e che ci odieranno o
temeranno perché ricorderanno che li abbiamo odiati e scacciati e
isolati a mangiare il panino da soli.

Ma c’è un’altra malinconia che mi ha preso. Io credo che quella gente
che ripete come una petulante cantilena le frasi fatte (“non dobbiamo
risolvere i loro problemi”, “sono diversi”, “difendiamo i confini”,
“imparino a nuotare”, e altre cattiverie analoghe) abbia appreso
quelle frasi fatte da coloro che dovrebbero essere maestri di un
esempio virtuoso e generoso per l’impegno istituzionale che svolgono,
per le responsabilità che portano, per l’immagine che danno del nostro
Paese, l’Italia.. Se insegnano male compiono sfaceli. E insegnano male
quando dividono i loro amministrati a seconda del paese di provenienza
(nord-sud, Europa-Africa-America del Sud), e insegnano col loro
comportamento che questo è ciò che si deve fare; che così si è buoni
cittadini. Insegnano a disprezzare lasciando passare quel messaggio
come se fosse una dottrina innocua. Sono coloro che banalizzano
l’odio, lo rendono un sentimento qualunque e non un fatto dirompente e
distruttivo. E l’odio non viene  chiamato più odio ma “giustizia”,
“retto comportamento”. Sono quelli che con una frase ad effetto o un
rosario esibito o una invocazione blasfema detta in un comizio
elettorale trasmettono il virus della divisione. Il Cristianesimo ha
impiegato secoli per predicare la parità degli animi e dei diritti;
qui basta un flash in tv per distruggere quei secoli, e abbassare
l’asticella della attenzione morale a livelli sempre più profondi.
Poi chiediamo che l’Europa faccia il suo mestiere, ma per
chiederglielo offendiamo i governanti europei o i Paesi da cui
provengono. Dichiariamo una guerra al giorno, poi chiediamo
comprensione. E prendiamo a modello un signore (per così dire)  che
dovrebbe essere uno dei più importanti al mondo, che, a sua volta,
minaccia ogni giorno guerre, dazi e sconquassi: le guerre nucleari e
le guerre economiche; e che semina divisioni tra le Nazioni che
cercano di unirsi, come l’Unione Europea. E creano a loro uso
grimaldelli per la loro cattiva coscienza. Una cattiva coscienza che
ancora connota negativamente un Paese pur grande e generoso, che viene
trasformato in un mostro di crudeltà e di separatismo da nuovi modi di
combattere gli altri: autorizzando a sparare sui neri e poi assolvendo
gli sparatori.

Quanta miseria, quanta povertà. Come fai a non essere preso dalla
malinconia guardando queste cose?

15 Giugno, 2019 - Nessun Commento

CASTELFORTE: INAUGURATO
IL PRIMO MUSEO DELLA LINEA GUSTAV

AEREO DA CACCIA 001 (2)La Linea Gustav ha costituito per lunghi mesi la prima linea della opposizione tedesca alla risalita alleata dopo lo sbarco in Sicilia dell’11 luglio 1943. Questa linea di difesa invernale fu organizzata dal Comandante supremo delle forze tedesche in Italia, Albert Kesselring, e fu il possente ostacolo che bloccò le truppe anglo-americane dal settembre 1943 al maggio 1944, quando, tre mesi dopo lo sbarco di Anzio-Nettuno e l’apertura del secondo fronte in Italia, furono lanciate sui due fronti le Operazioni Diadem e Buffalo che portarono, tra l’11 maggio (Gustav) e la fine dello stesso mese (fronte di sbarco) alla conquista di Roma (4 giugno 1944).

La Linea Gustav, al pari della Linea Gotica (sull’Appennino laziale-tosco-emiliano) è entrata nei manuali di storia della guerra, perché porto alla temporanea neutralizzazione dell’esercito più forte da parte di quello più debole per numero, qualità e quantità di mezzi impiegati. Kesselring basò il suo progetto difensivo su due capisaldi: le asperità del terreno collinare-montano e la possibilità di un suo controllo relativamente agevole; e la impossibilità dell’avversario di utilizzare i mezzi tecnici (soprattutto veicoli e armi a motore: camion, carri armati, semoventi, bulldozer) su strade inesistenti e in ambienti impercorribili. Fu, quindi, una guerra ad armi (quasi) pari, combattuta con obici e cannoni, per maggior parte con la fanteria, da parte alleata, oltre che con il massiccio impiego della forza aerea, che i tedeschi non potevano ormai quasi più schierare.

Particolarmente efficace risultò la risorsa Natura che, unita a quella del clima invernale, costituì l’arma non tanto segreta alla quale i tedeschi si affidarono senza impiegare troppi combattenti. La battaglia per la Linea Gustav si svolse dall’Adriatico (Ortona a mare) al Tirreno (Castelforte, Minturno, Formia e Gaeta) ma si concentrò su una delle pochissime vie di accesso alla strada per Roma, la via Casilina, con la strozzatura di Cassino. La resistenza a Cassino e la folle e inutile distruzione dell’Abbazia di Montecassino sintetizzarono coi loro nomi questo episodio della II guerra mondiale in Europa. E “battaglia di Cassino” essa fu giustamente chiamata. Ma la battaglia di Cassino fu vinta altrove, e precisamente sulle aspre colline che si affacciano sul fiume Garigliano, e precisamente sul versante aurunco di Castelforte-SS Cosma e Damiano, San Giorgio a Liri, Esperia, Minturno.

Per essere ancora più precisi, fu Castelforte la chiave di volta, la vera icona di quei giorni di guerra. I monti che si affacciano verso il fiume, difatti, sono tra i più aspri per la loro conformazione geologica fatta di una superficie del tutto glabra, sassosa, mal percorribile anche agli animali. Non a caso quei pendii potevano essere difesi con isolate casematte o trincee o punti di stazionamento di cannoni e semoventi, con sbarramenti che si avvalevano della roccia e dei numerosi ambienti riparati che vi si trovano. Bastavano pochi e addestrati uomini per presidiarli. E bastarono relativamente pochi uomini ben addestrati a conquistarli. I parà tedeschi da una parte, i reparti coloniali che combattevano nel Corps Expedictionnaire Francaise a piedi, in piccoli gruppi (i goumiers marocchini che provenivano dalle aspre montagne dell’Atlante sahariano e che, quindi, sapevano come muoversi). L’Operazione Diadem fu avviata con un pesante fuoco distruttivo di decine di migliaia di bocche da fuoco alleate, che sfruttarono anche l’effetto psicologico dei “grandi numeri” e dei “grandi rumori”, ma terminò con lo sfondamento della Linea in un tratto di qualche chilometro (forse meno) sulle montagne di Castelforte, dove le truppe marocchine, lanciate in avanscoperta a fare il lavoro peggiore di neutralizzare una difesa ancora fresca e agguerrita, riuscirono in poche ore a superare il sistema di trincee e arroccamenti tedeschi e a costringere l’intero schieramento difensivo ad arretrare per evitare di essere colto a sua volta alle spalle. Alla fine della giornata del 12 maggio partiva l’avviso di ritirata, che fu attuato in perfetto ordine e senza troppi danni fino a Roma e poi alla Linea Gotica.

 

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